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15 ottobre copiaQuartiere di Cissin Ouagadougou - RASA “Rete di acquisto per la sicurezza alimentare”

«È un’occasione importante questa, a 30 anni dall’uccisione di Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso che prospettava una politica economica e culturale completamente diversa da quella che poi si è effettivamente realizzata. È un’occasione utile per discutere sui passi falsi compiuti, spesso magari animati dalla più sincera e genuina buona volontà e buona fede. Ma errori di valutazione, errori di conoscenza, errori di progettualità… La cooperazione deve essere sempre più mirata e sempre più oculata. […] Sankara viene ucciso con dodici ufficiali della sua guardia del corpo, dei suoi, fedelissimi, che muoiono con lui. Dodici più uno fa tredici. Lui è al centro, sei a destra e sei a sinistra, esattamente in orizzontale, come L’ultima cena di Leonardo. Non può per noi italiani non scattare questa associazione forte, immediata. Sankara prende il potere nel 1983, governa quattro anni. Nel 1984, all’Assemblea delle Nazioni Unite, lui fa questo discorso: “Pochi paesi sono stati inondati come il Burkina Faso da ogni immaginabile forma di aiuto. Teoricamente si suppone che la cooperazione debba lavorare in favore del nostro sviluppo. Nel caso dell’Alto Volta potevate cercare a lungo, invano una traccia di qualunque cosa si potesse chiamare sviluppo. Naturalmente noi incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità degli aiuti. […] In generale, la politica dell’aiuto e l’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale”…». «A 30 anni dalla morte di Thomas Isidore Noël Sankara (Yako, Alto Volta, 21 dicembre 1949 – Ouagadougou, Burkina Faso, 15 ottobre 1987) queste parole sono estremamente importanti per capire dove sta andando il mondo della cooperazione e se questa è la strada giusta per supportare quel progetto che il primo presidente burkinabé tentò di attuare, ossia fare in modo che l'aiuto di cui si ha bisogno aiuti a fare a meno dell’aiuto stesso» (Sandro Cappelletto).

 Sandro Cappelletto La Stampa  è  intervenuto in occasione della conversazione aperta “Burkina Faso paese di frontiera”, organizzata da Tamat durante Fa’ la cosa giusta! domenica 8 ottobre insieme a Mira Gianturco Comunità di Sant'Egidio. Si è parlato delle prospettive dell’aiuto umanitario: Piero Sunzini direttore di Tamat, sottolinea che, se le recenti critiche rivolte alla cooperazione sottintendono la volontà di apportare dei tagli ai finanziamenti, si attenta a un apparato sociale fondamentale. Una reazione positiva alla improduttività dei soccorsi sono sicuramente progetti di impresa sociale, che vedano anche la partecipazione di una collettività per così dire “laica”. È necessario rendere la cooperazione interesse di tutti: le grandi organizzazioni internazionali non dovrebbero appaltare le ONG e lasciare che queste si occupino in maniera polverizzata e frazionata delle questioni umanitarie. Ciò risulta inefficace e dispendioso. Occorrono interventi seri, con obiettivi a termine. Inoltre è doveroso trovare delle strategie di accoglienza nel paese d’origine, al momento del ritorno. I rientri volontari assistiti attualmente non hanno sortito gli effetti sperati: “Tamat ha conseguito al reinserimento di cinque burkinabé, con non poche difficoltà e ha potuto constatare quanto sia demotivante tornare dopo venti anni nel paese che si sente ancora il proprio, ma che si ritrova completamente cambiato”. La “D” in RASAD - Reti di Acquisto per la Sicurezza Alimentare con il Supporto della Diaspora burkinabé d’Italia, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e co-finanziato da Otto per Mille della Chiesa Valdese, il progetto triennale di Tamat che mette al centro il ruolo della diaspora con una visione e prospettiva di lavoro lungimirante,  deve tener conto di tante cose: azioni efficaci di accompagnamento per chi rientra, il problema di una mobilità in Africa sotto-traccia e una mobilità ostacolata in Europa attraverso il deserto e il mare, che Mira Gianturco evidenzia e sottolinea come la questione della mobilità di un continente in movimento che riguarda tutti noi: l’Africa ha un’antica e forte tradizione di mobiità, con migrazioni commerciali, religiose e anche con migrazioni di lavoro che attirano verso i poli d'attività agricole o industriali nei paesi vicini basti pensare alla Costa d’Avorio per i burkinabé. Mira Gianturco si sofferma inoltre sugli aspetti esperenziali e le difficoltà sociali del migrante che rientra nel suo paese d'origine.

15 ottobre 2017 copiaComune rurale di Koubri - RASAD – Reti d’acquisto per la Sicurezza Alimentare con il supporto della Diaspora burkinabé d’Italia

E di nuovo la parola a Sankara: «Noi non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del nostro sangue. È il nostro sangue che è stato versato. Si parla del piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica alla fine della guerra, ma non si parla mai del piano africano, che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane, quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate. Chi ha salvato l’Europa è stata l’Africa. Quando diciamo che il debito non sarà pagato, non vuol dire che siamo contro la dignità, la morale, il rispetto della parola: noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non ci può essere la stessa morale. La Bibbia e il Corano non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano. Noi dobbiamo dire che oggi, dobbiamo riconoscere che i più grandi ladri sono i più ricchi. Un povero quando ruba non commette che un peccatuccio per sopravvivere e per necessità. I ricchi sono quelli che rubano al fisco, alle dogane, sono loro che sfruttano il popolo».

 (Thomas Sankara, Discorso in occasione dell’Assemblea generale degli Stati dell’Unità africana ad Addis Abeba, luglio 1987)

Non si può rimanere indifferenti a tali affermazioni. È doveroso che tutte le realtà di cooperazione si pongano delle domande sulla coerenza del proprio lavoro e cerchino di progettare interventi col fine di far svincolare i territori soccorsi e di dar loro un contributo per l’autonomia. Gli aiuti umanitari devono rinvigorire i settori economici dei paesi in questione e concorrere al riconoscimento dei diritti all’interno di questi. È importante che la presenza non abbia una logica di convenienza, ma che si faccia forte di princìpi etici e morali, contro qualsiasi scopo lucrativo.

Il “paese degli uomini integri”, nome con il quale Thomas Sankara intendeva infondere nella popolazione un sentimento di identità, nel quale convivono 60 etnie e altrettante lingue e tre religioni e dove il principio guida delle comunità non è quello di appartenenza etnica o/e religiosa ma di partecipazione attiva alla vita pubblica, questo «patrimonio di convivenza in Burkina Faso va valorizzato con risorse con investimenti gestiti da attori africani ed europei», dove la sana cooperazione va verso l’impresa sociale praticata da Tamat attraverso il sostegno alla micro-impresa e ai gruppi di acquisto comunitari e lungo tutta la filiera agro-alimentare.

15 ottobre 4 copiaComune rurale di Koubri: Tamat sta realizzando un orto collettivo per 120 donne contadine

Questo patrimonio umano, «questo è un bene prezioso da conservare. Su questo stanno molto lavorando gli integralisti per distruggere questo bene. Si è creato un gruppo - per la prima volta - di jihadisti del Burkina (valutato in circa 200 unità). Quindi i due attentati degli anni scorsi. Quindi, la situazione da questo punto di vista si sta aggravando e questo rende ancora più necessaria una presenza cooperativa intelligente, lungimirante, oculata perché - e ritorno a quello che ho detto all’inizio - una delle tre emergenze è l’aumento delle diseguaglianze. Più le diseguaglianze aumentano, più i radicali avranno un terreno su cui seminare in maniera fertile. Più le diseguaglianze diminuiscono, più questo terreno di semina, di odio e di violenza diventerà arido». (Sandro Cappelletto)

Sankara credeva fortemente nella possibilità di creare una forza da didentro, che provenisse dallo sforzo comunitario di una società che, sì, era - ed è ancora, purtroppo - in serie difficoltà, ma che fosse unita, nonostante le diversità ideologiche e religiose. Ed egli per primo lavorò i campi per il miglioramento dell’economia nazionale. Si decurtò lo stipendio. Incoraggiò le donne a sottrarsi al maschilismo, a studiare anche in fase di gravidanza. Ad usare la contraccezione. Implementò la leva militare a funzioni lavorative per i ¾ del tempo, con allevamenti di polli, tanto da migliorare le condizioni alimentari del paese. Abbassò di molto i prezzi delle merci per permettere a tutta la popolazione di accedere a beni primari. Cercò di arginare l’importazione di prodotti inutili, che indebitavano il paese per gli eccessivi dazi doganali. Incentivò la donazione del sangue, donandone egli stesso. Cercò di diffondere un senso di appartenenza alla vita pubblica con l’istituzione di tribunali popolari e attraverso una rete di radio rurali, per la diffusione delle idee e di programmi di alfabetizzazione. Insomma, fece in quattro anni quello che potrebbe apparire impossibile, eppure lo fece.

 Riascolta un estratto dall’evento Burkina Faso paese di frontiera con intervista a Mira Gianturco Comunità di Sant'Egidio e Sandro Cappelletto La Stampa .

 

Scritto da Giorgia Giordani e Colomba Damiani

 

Note tecniche a margine

Chi: Tamat è una Ong riconosciuta dal Ministero Affari Esteri (MAECI), e dalla nuova Agenzia della cooperazione italiana (AICS).  Le principali aree geografiche d’intervento sono i Balcani, il Sudamerica e l’Africa sub-sahariana. Il coinvolgimento delle popolazioni locali e sopratutto delle donne nei processi di sviluppo sostenibile a livello economico, sociale ed ambientale è l’approccio di riferimento dei progetti di Tamat sul campo.

Cosa: Tamat è in Burkina Faso da piu’ di vent’anni e attualmente con il progetto triennale RASAD (2017-2020) - Reti d’Acquisto per la Sicurezza Alimentare con il supporto della Diaspora burkinabè d’Italia, un progetto co-finanziato dalla Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo con partner la Regione Umbria, Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo (ENEA), Organizzazione Umanitaria Bambini nel Deserto Onlus, ItalWatinoma, Psicologi per i Popoli nel Mondo Association Watinoma e Initiative Communaitaire Changer la Vie ICCV/ Nazemce

Il progetto RASAD (un’evoluzione di RASA - Rete d’Acquisto per la Sicurezza Alimentare, 2014-2016) nasce dall’esigenza di ridurre le cause strutturali che generano insicurezza alimentare e nutrizionale della popolazione povera urbana e rurale, incrementando le opportunità occupazionali soprattutto in quelle zone dove persistono fenomeni rilevanti di migrazione verso l’Italia, con l’intento di favorire un rallentamento dei flussi e sperimentare interventi pilota che aiutino il reinserimento di membri della diaspora burkinabé.

Link utili:

RASA estratto dal film documentario (54’ 2016) di Maurizio Schmidt -

RASAD servizio TGR Umbria -

La Jardinière da Radio Popolare – il nostro ristorante comunitario pedagogico inaugurato nel 2015 nel quartiere periferico di Cissin e all’interno del progetto di cooperazione RASA

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