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Foto: “Ong e imprese private assieme nella Cooperazione Internazionale” Repubblica.it 20 gennaio 2017

“Il 2017 segnerà un punto di svolta per la cooperazione italiana allo sviluppo che dopo un anno di transizione entrerà a pieno regime”. Così’ Lia Quartapelle, capogruppo per il Partito Democratico nella Commissione Esteri della Camera dei Deputati a lei l’elaborazione e l’adozione della Legge 125 nel 2014 che ha modificato radicalmente la cooperazione italiana allo sviluppo. A lei anche l’Africa Act, un pacchetto di misure per rilanciare le relazioni tra il nostro paese e il continente africano in una logica di co-sviluppo, dal quale è poi nato il Fondo Africa recentemente approvato nella Legge di Bilancio 2017.

Sulla forte preoccupazione da parte delle organizzazioni della società civile (OCS) di vedere la sicurezza prendere il sopravvento su azioni di sviluppo anche all’interno dei 200 milioni di euro del Fondo Africa, Quartapella risponde che la spesa del Fondo sarà molto collegata alle linee di indirizzo strategico che sono nelle mani del Vice ministro Mario Giro, al cuore del nuovo modello di cooperazione italiana allo sviluppo, e dai suggerimenti della società civile. I soldi verranno spesi, bene o male, a seconda della nostra capacità di immaginare una politica complessiva per l’Africa.

Guardare al futuro, in assenza del documento di programmazione da parte del CICS, Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo, senza il quale la nostra cooperazione si trova priva di un chiaro riferimento strategico e programmatico. Guardare al futuro senza l’effettivo riconoscimento politico del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo, quale organo di partecipazione e consultazione sulle priorità della cooperazione italiana e principale strumento per l’attuazione di una cooperazione di “sistema” piu’ volte auspicata dal vice ministro Giro, tra le componenti rappresentate: ministeri , Ong e organizzazioni della società civile, università, regioni ed enti locali, fondazioni, Cassa depositi e prestiti, e il mondo imprenditoriale. Queste alcune delle istanze presentate l’8 febbraio dai rappresentanti delle reti di Ong/Osc LINK 2007, AOI e CINI al Ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale (Maeci) Angelino Alfano. Questioni prioritarie da risolvere, un passato davanti al futuro.

Un futuro dove la connessione tra i problemi dello sviluppo e la spinta all’emigrazione sarà sempre più ineludibile. L’esplosione della crisi migratoria ha di fatto evidenziato la necessità di aggiornare l’Approccio Globale in materia di migrazione e mobilità, rivedere il partenariato Ue-ACP e sviluppare ulteriormente i percorsi offerti dal Piano d’azione di La Valletta. Questo uno dei punti centrali del “Migration Compact, Contribution to an EU strategy for external action on migration”, che l’allora presidente Matteo Renzi ha allegato alla lettera inviata il 15 aprile 2016 ai presidenti del Consiglio Europeo Donald Tusk e della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, come “contributo di pensiero su un possibile percorso per migliorare l’efficacia delle politiche migratorie esterne dell’Ue”.

E questo contributo è diventato non l’attuazione di quanto proposto dall’Italia (Migration Compact), ma utile strumento di accelerazione al Piano europeo di investimenti esteri con l’istituzione del relativo Fondo (EFSD, European Fund for Sustainable Development) e della relativa Garanzia. Il Piano di investimenti nei Paesi terzi è in parte complementare, ma anche decisamente diverso dal Piano d’azione di La Valletta col relativo Fondo fiduciario per le emergenze in Africa legate alle migrazioni e all’instabilità. Si presenta innovativo per la sua focalizzazione sugli investimenti in Paesi particolarmente colpiti dal fenomeno migratorio in Africa e nei Paesi del Vicinato, ma anche per la valorizzazione del protagonismo imprenditoriale, la voglia di intraprendere, di investire mettendoci del proprio e rischiando, nella consapevolezza di poter rispondere, come impresa, a un bisogno vero di sviluppo e di nuova occupazione.

Si tratta di una dimensione della cooperazione internazionale allo sviluppo che coincide con la valorizzazione della capacità d’iniziativa dei soggetti profit che la recente legge italiana 125/2014 affianca a quelli non profit e a quelli istituzionali in una prospettiva di sistema, quella che può maggiormente garantire risultati complessivi e sostenibili nei rapporti di cooperazione allo sviluppo. L’EFSD, il Fondo per gli investimenti esteri, dovrebbe avere una prima dotazione di 3,35 miliardi di euro per il quadriennio 2017-2020. Essi comprendono una garanzia di 750 milioni a copertura dei rischi, a cui saranno aggiunti altri 750 milioni di garanzie da parte degli Stati membri o, in carenza, del bilancio europeo, portando così il Fondo a complessivi 4,05 miliardi di euro. Il sistema delle garanzie ha un effetto leva rilevante, incoraggiando anche gli interventi in paesi a rischio. Per favorire gli investimenti delle PMI, particolarmente indicate per lo sviluppo diffuso dell’iniziativa imprenditoriale sul territorio, tali garanzie dovrebbero riferirsi anche ad investimenti di piccole dimensioni e per periodi sufficientemente lunghi, date altresì le difficoltà del mercato a prenderle in considerazione.

Rappresenta un significativo strumento per un periodo di spesa di quattro anni, anche come incentivo per favorire investimenti nei Paesi partner e in particolare negli Stati fragili poco appetibili per le difficoltà dei contesti e i rischi per gli investitori. Ampi sono i settori di intervento che il Regolamento indica: infrastrutture, energia, acqua, trasporti, tecnologie dell’informazione e comunicazione, cambiamenti climatici, infrastrutture sociali, istruzione e formazione, agricoltura, attenzione agli ecosistemi e all’ambiente, salute, accesso delle micro, piccole e medie imprese ai finanziamenti, creazione di occupazione con attenzione ai giovani e alle donne. Ed è esplicitato che in ogni programma settoriale dovrà essere data primaria attenzione alla lotta alla povertà e alle disuguaglianze sociali, allo sviluppo sostenibile e inclusivo, alla stabilità del lavoro dignitoso.

Per quanto riguarda l’Italia, c’è un rilevante spazio per la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) a cui la legge 125/2014 affida la gestione degli strumenti finanziari della cooperazione internazionale per lo sviluppo. Essa potrà utilizzare a pieno titolo il blending comunitario per integrare la propria capacità di promozione degli investimenti nei Paesi africani e mediterranei prioritari per l’Italia. Ma è auspicato un rilevante spazio anche per altri Istituti di Credito, nelle loro diverse dimensioni e finalità. Data la novità e l’importanza del piano di investimenti, sarebbe opportuna una più attenta e diffusa comunicazione che raggiunga sia le imprese, incluse le PMI, sia le organizzazioni della società civile e i cittadini europei al fine della conoscenza dell’iniziativa e dei suoi risultati.

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