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Villaggio di Lao Lao circa 35 km da Ouagadougou: preparazione del terreno per le piantumazioni estensive (miglio, sorgo, mais) durante la stagione delle piogge: se ne ricava facilmente quale possa essere la produttività agricola. Foto: C. Concollato

 

L’intervista con l’ingegnere Cristian Concollato, Bambini nel Deserto Onlus per RASAD Reti di Acquisto per la Sicurezza Alimentare con il Supporto della Diaspora burkinabé d’Italia.

Abbiamo intervistato Cristian Concollato dell’associazione Bambini nel Deserto al suo ritorno dal Burkina Faso e dalla sua prima missione per il progetto RASAD, un progetto di Tamat co-finanziato dalla Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo con partner la Regione Umbria, Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo (ENEA), Organizzazione Umanitaria Bambini nel Deserto Onlus, ItalWatinoma, Psicologi per i Popoli nel Mondo Association Watinoma e Initiative Communaitaire Changer la Vie ICCV/ Nazemce

 

Vorremmo iniziare con una battuta su te e il tuo lavoro

Con piacere. Sono un ingegnere e da due anni esercito l’attività nel mio studio a Padova, lavorando principalmente alla realizzazione di opere a rete e lavori pubblici. Alterno a questo impegno quello in prestazioni per altre realtà, quali ONG e ONP.

Come ti sei avvicinato al mondo del no profit e, in particolare, a Bambini nel Deserto?

Sono stato mosso da una spinta umana e solidale; quindici anni fa, un giorno, mi sono detto “voglio mettere quello che so fare a servizio di qualcuno che ne ha bisogno”. Ho iniziato così ad aprirmi al mondo no profit. Inizialmente come volontario e proseguendo negli anni la mia attività è andata strutturandosi. Con Bambini nel Deserto, al di là della mia prestazione prettamente professionale, tutto quello che faccio è a titolo gratuito (fatta eccezione per il rimborso per le missioni). Questo rapporto di collaborazione è frutto di un incontro occasionale con Luca Lotti (ndr. presidente dell’organizzazione) Luca ha risposto a un mio avviso in cui chiedevo se ci fosse qualcuno che necessitasse delle mie competenze; ci siamo incontrati e da lì è nato quella che sarebbe diventato un rapporto di collaborazione continuativo e ormai consolidato.

Quali realtà hai avuto modo di conoscere nel tuo percorso professionale?

Ho conosciuto tutte le realtà: dal piccolo agricoltore che ha bisogno di risorse idriche per irrigare il campo alla popolazione locale che necessita di acqua potabile. Nel mio lavoro conosci ogni categoria economica e sociale. Nel contesto specifico del Burkina Faso e per darti un’idea del fabbisogno locale di risorse idriche, considera che nel paese l’agricoltura copre il 90% della popolazione (ad esclusione quindi della popolazione che vive nelle città) , producendo un valore complessivo pari al 30% del PIL. Si tratta di un’attività con redditi estremamente bassi, ma chiaramente molto diffusa; questo è solo una parte della necessità, perché manca quella primaria, ai fini di sussistenza vera e propria, rappresentata dall’acqua potabile da poter bere.

Di cosa ti stai occupando in questo momento?  

Attualmente sono impegnato nel progetto RASAD della Ong perugina Tamat e in altri progetti: con l’OIM (Organizzazione Internazionale Migrazioni), sto lavorando alla realizzazione di attività legate all’agricoltura; con il Centro Internazionale fra i Popoli di Assisi (CIPA) e altre organizzazioni stiamo lavorando alla realizzazione di una risaia a Baire (Ghana); sempre come esperto di infrastrutture, sono impegnato in attività di ripristino di un serbatoio di acqua in Burkina Faso, all’interno di un progetto finanziato dal Ministero degli Affari Esteri; infine, sto lavorando ad altri progetti minori (realizzazione di giardini agricoli).

Come è avvenuto l’incontro con Tamat?

L’incontro con Tamat è stato casuale. Nel corso di una mia missione in Burkina Faso, ho avuto l’occasione di cenare nel ristorante comunitario “La Jardiniere” (ndr. realizzato da Tamat all’interno del progetto RASA); qui ho conosciuto Simon (ndr Simon Nacoulma, coordinatore dell’associazione burkinabè ICCV/ Nazemce partner locale storico di Tamat ) poi insieme a Piero (ndr. Piero Sunzini, direttore Tamat), abbiamo inquadrato il progetto RASAD, sulla base di quanto iniziato con il precedente progetto (ndr RASA). Da quell’incontro ha preso così forma la collaborazione.  

 

 

Lao Villaggio di Lao - un piccolo orto famigliare realizzato presso il sito oggetto di intervento del progetto RASAD: è importante riscontrare la presenza di qualcuno già in grado di gestire colture orticole, in quanto tale tipo di agricoltura, previsto all'interno del progetto RASAD, può essere praticato solo da chi abbia già delle conoscenze di base in tale ambito Foto: C. Concollato

 

Ci descrivi la tua prima missione per RASAD?

La mia missione è stata prettamente tecnica: individuare siti per la produzione agricola e inquadrare, di conseguenza, le attività di captazione di acqua (previste nel progetto). Dal momento che, sulla base di rilievi effettuati, non si trovano pozzi sufficientemente profondi, servirà realizzare attività di foratura; le quali verranno implementate nel mese di dicembre da imprese specializzate. Pozzi profondi sono necessari per un duplice motivo: da una parte, garantiscono una risorsa idrica perenne per tutto l’anno, indispensabile per l’attività agricola; dall’altra, forniscono acqua presumibilmente potabile, in virtù proprio della profondità (dovendo effettuare, in ogni caso, le relative analisi di conferma).

Quali sono a tuo parere le maggiori sfide e, dall’altra parte, le opportunità per il progetto RASAD, Bambini nel Deserto e l’Africa in generale?

La maggiore sfida è rappresentata dalla scarsa autoconsapevolezza, autocoscienza dei propri bisogni. È una sfida culturale: c’è un approccio nei confronti del bisogno, qualsiasi esso sia, non costruttivo. Prevale la mentalità del “accontentarsi” di quello che si ha. È chiaro quanto essa, in un paese come il Burkina Faso economicamente e socialmente sofferente, nel quale a mancare sono le risorse di prima necessità (come l’acqua, appunto), sia limitante al fine dello sviluppo. Non percependo appieno il bisogno, non avendo l’ambizione a migliorare la propria condizione, non è possibile intraprendere dei percorsi di crescita. Altra sfida fondamentale è quella dell’assenza di infrastrutture, che rappresentano la base necessaria per innescare uno sviluppo a lungo termine, a partire da quella idrica, in particolare (motore dell’agricoltura ma anche di altre infrastrutture ad esse collegate, vale a dire quella elettrica). Il compito allora è quello di fornire il supporto affinché la società possa svilupparsi, sia a livello culturale che infrastrutturale. In merito alle opportunità, posso dire che questa è rappresentata certamente dallo sviluppo sostenibile, che in un paese come l’Africa è effettivamente possibile, dal momento che vi si parte da zero, quindi è possibile costruire dall’inizio strutture in equilibrio con l’ambiente, una scelta in un certo senso “obbligata”, a causa dell’estrema delicatezza dell’ambiente. Per esempio, per il prelievo di acqua si devono fare prove di pompaggio per stabilire quantità prelevabili senza il rischio di danneggiare la falda. Lo sfruttamento delle risorse in equilibrio con quanto l’ambiente può offrire è, quindi, una grande opportunità e un vincolo da rispettare, rendendo potenzialmente realizzabile uno sviluppo effettivamente sostenibile.

Vuoi condividere con noi un particolare aneddoto dei tuoi anni di lavoro in Africa?

Certamente! Vorrei raccontare un episodio che da l’idea del tipo di formazione culturale in cui si opera. 5-6 anni fa, sono stato impegnato nella realizzazione di un serbatoio a caduta per l’acqua in un dispensario (ovvero, una struttura medica di base), in una zona molto lontana dalla capitale e che raccoglie un bacino di utenza di 10/15.000 abitanti, per lo più dispersi nel territorio. Il serbatoio consentiva al medico la basilare pratica di lavarsi le mani tra una visita e l’altra, ai fini di igiene. A distanza di un anno siamo tornati nella zone per svolgere le ordinarie attività di controllo e abbiamo scoperto che il rubinetto per l’acqua si era rotto poco dopo che avevamo lasciato il continente l’anno prima. Il medico ha svolto le sue mansioni senza usare il serbatoio per tutto l’anno. Alla nostra domanda del perché non ci avesse informati, ha risposto, ingenuamente e genuinamente, che non voleva disturbare, anche perché nessun’altra struttura ne aveva uno. Questo è lo specchio di una mentalità che rappresenta un serio scoglio per la crescita del Paese: la popolazione locale deve volere, pretendere di migliorare la propria condizione, oltre che abbattere il limite di “accontentarsi” umilmente.

Nell’esperienza lavorativa di Cristian si coglie appieno il valore funzionale, tecnico, culturale, sociale e politico del progettare per lo sviluppo considerando l’energia, le risorse e la qualità di esecuzione in un modo armonico con ambiente e persone. Le parole di Cristian ci rimandano al lavoro che occorre fare sul comportamento delle persone, cercando di rinforzare il senso di comunità per compensare quello che manca: lo scarso potere economico e il basso livello tecnologico. In cooperazione allo sviluppo non si costruisce da soli: abbiamo bisogno di tante professionalità e soprattutto dobbiamo trovare il modo di stabilire questa connessione tra le persone e per trovare una comunità. La comunità delle reti che stiamo costruendo con RASAD.

Buon lavoro Cristian!

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