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Perugia. Un orto curato da richiedenti asilo per coltivare assieme la dignità

Ilaria Solaini, 11 settembre 2019

La terra in concessione dalla diocesi: una volta a settimana si fa anche lezione teorica di agraria. Il capoprogetto: abbiamo scelto di coltivare l'okra perché era il sapore di casa che più mancava al gruppo di aspiranti agricoltori 

Un orto curato da richiedenti asilo per coltivare assieme la dignità

Nell’orto di “Lambé” si coltiva la dignità e l'integrazione di un gruppo di persone richiedenti asilo. L’esperienza agricola ha luogo nel giardino dell’abbazia di Montemorcino a Perugia e non è un caso che il cardinale Gualtiero Bassetti nel congratularsi per la bellezza di questo progetto, di cui la ong Tamat è capofila, abbia ricordato come possano fiorire anche i deserti in una “provvidenziale condivisione che porti a una moltiplicazione: a far sì che milioni di voci, tutte le voci del mondo, trovino la loro più consona espressione, nessuno escluso”.Il primo seme per il progetto Coltiviamo l'integrazione a Montemorcino lo ha gettato l’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve nell'offrire in concessione gratuita per progetti sociali diversi ettari di terra e proprio lì nei terreni vicini all'ex Seminario diocesano sono state coltivate tra una fila di piante di datterini e una di pomodori di San Marzano centinaia di piante di okra. Denominata scientificamente Abelmoschus esculenta, nei diversi Paesi dove cresce viene chiamata con mille nomi differenti: bamya, gombo, quiabo, quimbombo, ladyfinger, bhindi, bemié, bhendi, bendai, bhinda, dherosh, vendai kai, qiu kui e altri ancora.

PERCHÉ PROPRIO L'OKRA? “Abbiamo chiesto ai ragazzi e alle ragazze richiedenti asilo quale fosse l’ingrediente, il sapore che più mancava loro della cucina di casa. E hanno risposto subito l’okra. Da quando abbiamo cominciato a piantare l’okra - ha ammesso Domenico Lizzi, capoprogetto di Coltiviamo l’integrazione per Tamat che coinvolge una quindicina di persone richiedenti asilo e una decina di volontari - è cresciuto pure l’entusiasmo di chi viene a imparare con noi come lavorare la terra”.

All’orto di Montemorcino una volta a settimana si fa lezione teorica di agraria e si studiano le tecniche per arare e irrigare la terra, ma anche le possibilità di trasformazione dell’okra: intanto, nel primo anno di progetto con il marchio l’Orto di Lambé sono state create una serie di marmellate e di salse di condimento a base di okra. Il prossimo passo sarà la creazione di una cooperativa sociale con cui poter vendere i prodotti dell'orto. E restando in tema di sovranità alimentare “Fuori di zucca” - il gruppo di acquisto solidale che a Perugia è nato grazie all'incontro tra Tamat e l’associazione Fiorivano le viole - ha già manifestato interesse per alcuni prodotti trasformati con l’okra così come alcuni negozi etnici a Perugia si sono già detti disposti a comprare direttamente il frutto di questa pianta molto diffusa nell’Africa subsahariana e replicata in quell'ettaro di terra a Montemorcino.

“La nostra idea di cooperazione è una cooperazione a ogni latitudine. Da oltre 25 anni promuoviamo progetti di agricoltura rurale che creino piccoli distretti di economia solidale in diversi Paesi dell’Africa. Per quale ragione non dovremmo farlo anche qui nella nostra città? Sono le stesse persone che aiutiamo e sosteniamo a Bamako o a Ouagadougou, hanno bisogno di formazione e di strumenti esattamente come i contadini e gli allevatori che seguiamo nei progetti africani”, ha spiegato Piero Sunzini, direttore generale di Tamat Ong.

Sulla latitudine che non esiste anche il clima (ahinoi) sembra aver dato ragione a Tamat: la pianta dell’Okra infatti per resistere non deve mai trovarsi a temperature inferiori ai 10 gradi e anche per quest’estate nessuna delle piante a Montemorcino è stata rovinata dalla rigidità del nostro clima. “E poi è stato incredibile vedere come i nostri agronomi - ha aggiunto Sunzini - che non conoscevano le caratteristiche dell’Okra abbiano potuto imparare come trattarla da Omar e dagli altri nostri ragazzi”, in “uno scambio, un contatto che riduce la distanza e che è l’unica via per conoscersi e allontanare pregiudizi e stereotipi” come raccomandato dal professor Vincenzo Cesareo, sociologo e segretario generale della fondazione Ismu che del progetto Coltiviamo l’integrazione ha curato le basi scientifiche.

Per guardare al futuro con uno sguardo cooperativistico sempre più inclusivo, infine, sono state messe in rete anche le competenze dell’Istituto Serafico di Assisi: nel corso della giornata di studio dal titolo “Inclusione e cooperazione internazionale a tutte le latitudini” è intervenuta la presidente Francesca Di Maolo che ha rimarcato da un lato come il diritto alla salute non abbia bisogno di cittadinanza poiché è un diritto fondamentale e dall'altro quanto sia importante il lavoro di squadra: “Accogliere significa stare accanto, sentire l’altro. Questo perché come ci ricordava don Tonino Bello gli uomini hanno un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati”.

 

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