Tamat ha compiuto 30 anni. Io ne ho vissuto quasi nove all’interno di questa realtà e una parte importante di questo percorso continua a intrecciarsi con il vostro — quello dei giovani che la attraversano.
Questa riflessione nasce da una cosa semplice: un messaggio ricevuto oggi su WhatsApp, una foto di voi che in questi mesi vivete la nostra organizzazione. Un’immagine veloce, felice, orgogliosa e sufficiente a riportare a fuoco qualcosa che qui accade ogni giorno.

Non siete semplicemente un supporto per l’organizzazione. Quello che si costruisce è uno spazio di crescita condivisa: un tempo in cui si prova, si sbaglia, si capisce meglio cosa fare e come stare dentro al lavoro. E mentre arrivate per imparare, contribuite anche a cambiare — spesso in modo concreto — il contesto in cui entrate.
Ogni anno siete diversi: provenienze eterogenee, storie che si incrociano o scorrono parallele, obiettivi già definiti o ancora in costruzione. Portate domande, competenze, fragilità ed energie nuove, insieme a uno sguardo che non dà nulla per scontato.
Nel mio ruolo cerco di offrirvi strumenti, metodo e un approccio al lavoro che non si limiti al fare, ma che tenga insieme comprensione e responsabilità rispetto a ciò che facciamo.
Allo stesso tempo, questo scambio non è mai a senso unico. Il vostro contributo ha un impatto reale anche sul nostro lavoro.
Nel tempo, infatti, il rischio è quello di abituarsi: di consolidare pratiche e punti di vista fino a considerarli definitivi. Il confronto con voi introduce continuamente elementi di discontinuità: mette in discussione abitudini, aggiorna il linguaggio, costringe a rileggere il territorio e le sue trasformazioni.
È qui che sta uno dei valori più importanti del vostro passaggio: non solo in ciò che fate, ma in ciò che attivate. E in molti di voi riconosco qualcosa che conosco bene: la ricerca di un senso, il tentativo di capire come e dove poter incidere, anche quando la direzione non è ancora del tutto definita.
Forse è anche per questo che, dopo quasi nove anni, continuo a riconoscermi in questo lavoro. Perché è un contesto che cambia, e che chiede — a tutti — di non restare fermi.
Grazie, quindi, a ciascuno di voi. Per quello che portate e per l’energia profusa a tenere vivo questo movimento.
Stefanina






