Home > news > L’Umbria coltiva un’idea di Mondo in Comune

Compie un anno la rete di 14 organizzazioni della società civile (Osc). Le valutazioni di Manuela Vena.

Sta per uscire il numero 0 di Latitudini, rivista per la cooperazione internazionale. Continuiamo la pubblicazione di alcune anticipazioni. Oggi è la volta dell’intervista a Manuela Vena, coordinatrice di Umbriamico. Buona lettura.

Una rete di associazioni: UmbriaMiCo. È frutto delle relazioni sviluppate, nell’arco di due anni, per organizzare il Festival del Mondo (M) in (i) Comune (Co). Il lavoro di preparazione  ha messo in relazione ssociazioni, istituzioni locali, gruppi informali e persone accomunate dall’impegno per la promozione della conoscenza tra popoli e culture.  Il Festival ha fatto incontrare questa realtà diffusa con la strategia di educazione alla cittadinanza globale (https://www.info-cooperazione.it/wp-content/uploads/2018/02/Strategia-ECG.pdf) adottata nel 2018 dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics). Obiettivo: spingere un numero crescente di organizzazioni della società civile (Osc) nell’orizzonte degli Obiettivi Onu 2030.                                                                                                                                                                       

Così un festival ricco di quasi 90 appuntamenti susseguitisi nell’arco di 10 giorni in sei diverse località dell’Umbria (1 – 9 giugno 2018) ha innescato l’ipotesi di rendere permanente la collaborazione tra coloro che ne avevano incarnato il programma. Un’ipotesi divenuta realtà con l’assemblea fondativa della Rete regionale di cooperazione e solidarietà internazionale tenuta il 7 marzo 2020 a Perugia, 48 ore prima che scattasse il “lockdown” che ha gelato l’Italia per l’intera primavera a causa della pandemia Covid.                         Una vera e propria gelata per le idee che erano state messe in cantiere e che rischiano ora una vera e propria paralisi a causa della seconda ondata della pandemia.

Un passaggio su cui riflette Manuela Vena coordinatrice della Rete

“Per fortuna l’allentamento delle misure che limitavano le attività pubbliche ci ha permesso di ritornare in campo così nel mese di settembre abbiamo dato il nostro contributo alle giornate di AwartMali tenute alla Casa dell’associazionismo di Perugia, nel magnifico chiostro dell’antico convento di san Lorenzo”.

– Una sorta di intervallo tra due periodi di “confinamento”…

“Di certo è stata l’occasione per tirare le fila di un tentativo già di per sé difficoltoso; al netto dei problemi della pandemia va ricordato che è stato necessario più di un anno per far fare un salto di qualità all’intreccio di relazioni generate dal Festival”.

– Quali potrebbero essere i motivi di una lentezza del genere?

“Prima di tutto lo spessore organizzativo dell’associazionismo presente in Umbria. Una fragilità che viene da lontano nel tempo: lo scenario regionale del Terzo settore ha tante sfaccettature di cui va tenuto conto a ogni tentativo di analizzarne qualche aspetto. C’è quello delle sagre e delle pro-loco impegnato a difendere le identità dei luoghi e delle persone che ci vivono che ha seguito una traiettoria evolutiva di grande interesse negli ultimi 15 anni. C’è quello impegnato ad organizzare le famiglie di persone colpite da gravi patologie che svolge un ruolo di stimolo per il miglioramento di tutto il sistema di cura. C’è poi un associazionismo “spurio”, quello delle doppiette, che è un vero e proprio soggetto di cogestione anche burocratica di un bene comune (quale è la fauna di un territorio) e quindi con significative dotazioni di fondi. Da non trascurare le varie articolazioni del movimento sportivo che sconta lo strapotere del calcio ma che ha una vitalità particolare, soprattutto in alcune discipline (canoa, ciclismo e cicloturismo, volo a vela, sci-alpinismo, equitazione) che hanno molti punti i e cicloturismo contatto con la “zona” per noi più interessante: quella animata da coloro che mettono salvaguardia dell’ambiente, diritti, pace, cultura al centro della propria azione”.

– Come potrebbe venire declinata la relazione di UmbriaMiCo con queste realtà?

Attraverso un serio investimento energetico in direzione della comunicazione, etichetta abusata, nonostante la disciplina che indica non venga tenuta mai in giusta considerazione dal Terzo Settore.  Avviare confronti, propedeutici alla strutturazione di rapporti che a loro volta siano l’anticamera di collaborazioni bilaterali e multilaterali, non è fattibile se si prescinde da una comunicazione interna strutturata e praticata con sufficiente attenzione, mezzi adeguati e giusta considerazione dell’eterogeneità dei punti di vista. Se ben condotto ogni confronto regala preziosi risultati in termini di conoscenza reciproca e accresce la visione del mondo dei singoli soggetti che decidono di confrontarsi su terreni più o meno comuni. Concepire la Mediazione come materia preziosa per quanti sono alle quotidiane prese con questioni sfaccettate e spesso controverse, è indispensabile per conseguire risultati in termini di networking, attività a prescindere dalla quale non ha senso alcun tipo di network. In altri termini, UmbriaMiCo deve e può porsi come piattaforma di interscambio tra soggetti attivi nel Terzo Settore e interessati alla promozione di un territorio comune, attraverso metodologie e strategie tipiche dell’imprenditoria sociale, disciplina che coniuga le acquisizioni che storicamente contraddistinguono il settore commerciale (business) con le teorie e le tecniche afferenti le discipline più contemporanee volte a promuovere, declinandole in prodotti e servizi, le responsabilità socio-culturali.

In tema di cooperazione e solidarietà internazionale quale dovrebbe essere il ruolo della Regione Umbria?

“Gli ultimi 20 anni sono trascorsi senza che nessuno battesse un colpo su questa batteria: nei palazzi del governo locale non c’è attenzione ai temi della relazione tra Nord e Sud del pianeta.

Non c’è nemmeno la preoccupazione di rispettare le linee delle leggi varate dal Consiglio regionale: la normativa sulla cooperazione internazionale (L.R. 27/1999) prevede che ogni due anni si tenga una conferenza istituzionale sul tema: in 21 anni credo che sia stata convocata ___ volte (CHIEDERE A VESTRELLI)

Il mondo finisce più o meno a Bruxelles: è questo il sentimento prevalente tra i ranghi dell’apparato buro-tecnico che governa le scelte (e i budget) REGIONALI”.

– E come guardare al capitolo delle persone richiedenti asilo?

“Di certo meriterebbe una riflessione approfondita per il ruolo che hanno ricoperto le due centrali più forti dell’associazionismo solidaristico: parlo di Caritas e Arci che fino alla controriforma di Salvini hanno monopolizzato il sistema di accoglienza. Si tratta di una materia che mi sta particolarmente a cuore, alla quale ho dedicato 6 anni lavorando all’interno dei Programmi di Accoglienza. Questi programmi hanno continuato ad arrecare un’etichetta antitetica alla loro reale applicazione: non ci si può riferire ad un programma attivo da oltre 7 anni come EMERGENZA SBARCHI, le emergenze sono emergenze, dopo un certo lasso di tempo si parla di prassi, o almeno di questa si dovrebbe parlare. Bisogna iniziare a dare il giusto nome alle cose, perché gli atti linguistici hanno ricadute in termini pratici, tant’è vero che detto programma di accoglienza, è stato sempre e comunque gestito in maniera emergenziale, con gravi ricadute sui beneficiari diretti e sulla cittadinanza. Anche in questo caso si sarebbe dovuto investire molto di più in comunicazione e Mediazione dei conflitti, disciplina che risulta indispensabile nei contesti interculturali. Temo che sia stata persa una grande occasione da parte delle istituzioni pubbliche e della società civile organizzata: i cosiddetti flussi migratori dovrebbero essere gestiti come una risorsa, non come una problematica e ciò vale in considerazione delle elevate opportunità ad essi annesse in termini di risorse umane, economiche, sociali, culturali, non in relazione ad un punto di vista personalistico. Come spesso accade, anche con i rifugiati non si è inteso mettere in atto alcuna strategia di lungo periodo, le visioni nel perimetro che ci contiene, sono di breve periodo se tutto va bene, e questo è uno dei principali attriti allo sviluppo di un territorio che continua a ritorcersi su se stesso a causa della miopia dei referenti pubblici, ma anche di quelli che finora sono stati i protagonisti dell’Associazionismo nostrano. Il nostro punto di vista è vocato alle aperture e alle ottimizzazioni delle risorse, in senso sostenibile.

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